Dell'importanza di allenarsi o di come si mutano i sogni in progetti



Sta albeggiando mentre inizio a scrivere questo post.
Sto aspettando che la lavatrice finisca il suo ciclo, per stendere tutto, finire di vestirmi e andare al lavoro.
Dentro ci sono i vestiti che prima dell'alba ho usato per andare a correre: quando sono rientrato, poco più di un'ora fa, erano bagnati fradici, non per il sudore, ma perché piove abbondantemente.
Ho corso una ventina scarsa di minuti, ma ho deciso di farlo lo stesso, anche se quando ho spento la sveglia con ancora gli occhi chiusi già sentivo l'acqua tamburellare contro i vetri della finestra.
Ora guardo fuori da quella finestra e vedo gli alberi mossi dal vento in un'irreale bellissima luce gialla che invade il campo visivo nella sua interezza.
Non posso non pensare che se ci fossero state queste condizioni mentre ero là fuori forse avrei corso un pochino di più: correre al buio nella pioggia o nella nebbia con la torcia frontale in testa è un po' come guardare il mondo attraverso l'anima di un rotolo di carta igienica... la cosa buona è che ogni volta che capita mi viene in mente questa immagine e rido tra me e me, mentre mi inzuppo tuffandomi in enormi pozzanghere che nemmeno vedo.
Eppure ho deciso di alzarmi e farlo e questa volontà rappresenta la misura di quanto tengo alla realizzazione di un sogno.



Ora sono in metropolitana, è il domani di ieri, cioè oggi, un giorno dopo.
Sono andato a dormire chiedendomi se avrei avuto la forza per alzarmi e andare a correre ancora e stamattina, intorno alle sei, la risposta è stata che sì, avevo la forza necessaria. La forza che mi è mancata è stata quella di ricacciare a dormire Fermin e Susie, ma hanno insistito tanto e l'idea di condividere luoghi e odori con loro era abbastanza allettante da non farmi pensare a quanto sia oggettivamente scomodo correre tenendo due levrieri al guinzaglio.

Due pause pipì, due pause pupù, un inseguimento gatto, correndo tra luna e pozzanghere: la pioggia totale di ieri è solo un ricordo.

Rientro a casa salutato dall'alba, pensando che una volta o l'altra devo far vedere tutto questo ad Alessia. E in qualche modo mi sento felice e realizzato: per quanto io non sia malato di corsa, correre mi piace, mi fa stare bene e mi aiuta a migliorare la mia forma fisica e la mia resistenza, tanto fisica quanto mentale.

Da quando ho preso consapevolezza della mia condizione di uomo e padre (molto più recentemente di quanto uno possa pensare), ho cercato in qualche modo di tramutare il mio approccio ai sogni da "che bello sarebbe se..." a "cosa devo fare per...". All'inizio si trattava banalmente di dimagrire, perché mi vedevo brutto ed ero talmente fuori forma da arrivare in cima alle scale di casa con il fiatone. Iniziare a lavorare alla forma fisica è stata una naturale conseguenza, gratificato dalla buona e quasi immediata risposta del mio corpo che, in qualche modo, sembrava tirare un sospiro di sollievo.

Riprendere a fare nordic walking per muovere in modo dolce e ragionato tutto il mio corpo, iniziare a correre per alzare l'asticella, farmi fare un piano di allenamento da un personal trainer di cui sapevo di potermi fidare. Tutto con in testa l'idea di iniziare a fare sci di fondo e, dopo 24 anni di ammirazione, sospiri e alibi, confrontarmi con il telemark, senza minimamente sospettare cosa sarebbe accaduto.

Sono sempre stato una polpetta, fin da piccolo, cresciuto sentendomi dire, spesso senza cattiveria, che "Non sei capace", "Non sei portato" e vedendomi escludere dai coetanei perché nei giochi a squadra ero una palla al piede. Pigro come sono, la mia autodifesa è stato eliminare il capitolo dal mio personale libro e appendere ovunque manifesti reclamizzanti le mie aree di eccellenza. Ritrovarmi verso i quarant'anni a cercare di cambiare tutto questo è estremamente stimolante, persino sensuale. Cerco di spiegarmi meglio.

Avete mai indossato un paio di sci da fondo? Sono una versione allungata, ugualmente instabile ma meno manovrabile, di un paio di pattini da ghiaccio. Immaginate di vedere questa sottile e lunga striscia di materiale composito sotto il vostro piede e rendetevi conto che la parte difficile del gioco non è tanto avanzare o evitare di scivolare all'indietro, quanto non (avere paura di) cadere lateralmente. Ed eviterò di farvi riflettere sul fatto che il punto di giunzione tra il vostro piede e lo sci è una semplice cerniera in punta alla scarpetta. Ecco.

È grazie a questo sport che ho sentito pronunciare per la prima volta la parola propriocezione, un termine di cui ignoravo assolutamente l'esistenza, ma dal significato comprensibile e, in una certa misura, intuibile.

Sapete tutti usare Google, o almeno dovreste, per cui mi (e vi) risparmio il link e/o il copia e incolla da Wikipedia, ma permettetemi di dare una mia spiegazione del termine: la propriocezione è la capacità di calare il proprio corpo in un contesto spaziale e temporale, di leggerlo e di interagire con esso, in modo cosciente e consapevole, senza utilizzare la vista. Per molti la propriocezione È il sesto senso.

Mettere ai piedi gli sci stretti mi ha fatto capire quanto poco fosse sviluppata la mia propriocezione e quanto lungo sarebbe stato il percorso da fare per migliorarla. La questione è complessa perché non si parla tanto di equilibrio, quanto di equilibrio + consapevolezza + controllo, oltre alla capacità di leggere il proprio corpo e, tramite esso, il contesto in cui il corpo stesso si muove.

La tematica è assolutamente affascinante e affrontarla nella pratica è un insieme dato dalla capacità di osservazione e dalla costanza nel reiterare piccoli gesti, apparentemente banali come, per esempio (e per cominciare) camminare a piedi nudi.

Camminare a piedi nudi è, letteralmente, il primo passo per riappropriarsi della capacità del proprio corpo di leggere il mondo, eliminando il filtro (che è anche una protezione e questo aspetto è bene tenerlo a mente per evitare di farsi del male) rappresentato dalla suola delle calzature che abitualmente indossiamo. Lasciare che il piede legga la superficie di appoggio e imparare a stare eretti senza che nessuna suola ammortizzata e/o preformata ci sorregga (o ci vincoli) è, in piccolo, come imparare di nuovo a camminare, con il vantaggio, a patto di essere minimamente curiosi, di avere una consapevolezza potenziale maggiore di quella di un bambino piccolo.

Nel mio caso la valenza è triplice: a) contrastare l'alluce valgo del piede destro, che influenza il mio appoggio a terra e il mio rapporto con le calzature; b) rinforzare le caviglie imparando a gestire flessioni e angoli inusuali; c) conseguentemente migliorare e incrementare stabilità ed equilibrio generali, diminuendo vertigine e paura di cadere.

La paura di cadere.
Ecco quello che potrebbe essere un intero altro capitolo di queste mie riflessioni e che qui voglio condensare in due o tre momenti.






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Lungo la carrareccia che porta al rifugio Colombè, poco sopra la località Fles nel comune di Paspardo BS, ci siamo io, un paio di scarpe dalla suola poco amichevole e una lastra di ghiaccio. Appoggio il piede e scivolo, per fortuna senza cadere, ma sono bloccato dalla paura. Faccio una mossa molto intelligente e, in una certa misura coraggiosa, perché richiede una buona dose di umiltà: chiamo Alessia e le chiedo aiuto. Lei è poco più avanti di me, si ferma e torna indietro, le spiego la situazione e con calma mi aiuta, facendomi indossare un paio di ramponcini universali. Gioco un po' muovendomi sulla lastra e la percezione del pericolo cambia totalmente: sono sufficentemente maturo per non rischiare troppo, ma il panico torna sotto il livello di guardia a tutto vantaggio di una mobile allerta. Ne ricavo una serie di insegnamenti trasversali: innazitutto, serve umiltà per riuscire a risolvere una situazione spinosa (ed evitare rovinosi scivoloni, letterali o figurati che siano); calma, pazienza e amore sono fondamentali quando aiutiamo una persona in difficoltà, per non farla sentire sbagliata e per aumentare le probabilità di successo dell'operazione di soccorso; una machina, sia essa un rampone, una scarpetta da arrampicata o un super computer (che immagine vintage...) amplifica le mie possibilità ma a) sono io a governarla b) per un qualunque motivo potrei perderla o non poterla utilizzare quindi c) devo avere coscienza di me e capire come gestire una situazione di crisi (punti a e b).


Arrivo alla prima lezione di sci di fondo con una forma fisica invidiabile: sono nervoso, reattivo e resistente ed è tutto molto nuovo per me, polpetta di lungo corso. Franco, maestro abbondantemente più giovane di me, ma abile e affabile, capisce che può premere un po' sull'acceleratore e i fondamentali si susseguono veloci, forse anche un po' troppo. Al momento di affrontare la discesa cerco di farmi forza, ma rapidamente capisco che è inutile nascondere che sono in difficoltà. Si tratta di un pendio minimo, dieci metri a circa il 7%, ma su un lato apre su un piccolo fosso che ha evidenti proprietà magnetiche/gravitazionali. Devo fare lo spazzaneve, so come si fa, non è difficile, no? Invece la paura di cadere mi fa stare rigido: provo dolore e non riesco a controllare la mia direzione, avvitandomi su me stesso, inerme. Franco passa alla modalità "bambino" e si mette davanti a me, scende all'indietro tenendo unite le punte dei miei sci, non vedo più il terribile fossetto e scendo tranquillo. Mi guarda sorridendo: ha capito, ho capito, altro lavoro da aggiungere alla lista delle cose da fare.




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Luca (Ciali, Aprica SO, meraviglioso e sensibile istruttore di telemark) mi guarda e mi dice: "Ti rendi conto che in 10 ore di lezione non sei caduto una volta?" e io capisco che non si tratta di un complimento, ma di un modo di spronarmi: se non sono mai caduto è perché non ho mai cercato il limite a cui, alzando il tallone, devo inevitabilmente tendere. Non devo avere paura di cadere, devo capire fin dove posso spingere, per comprendere come il mio corpo può muoversi e andare dove IO voglio. Cercando di ricordare che, di fondo, sciare a telemark non è altro che "camminare sulla neve scivolando". Appena spingo e cerco di fare miei i movimenti che ho scomposto e ricomposto (ma che altro non sono che le basi della deambulazione) finisco con la faccia nella neve: come spesso mi capita, ho avuto troppa fretta, ma rido, rido felice, perché finalmente ce l'ho fatta a cadere.

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